Viaggioleggero

less is more… more or less

Tag: esperienza

La domanda che ti martella

Ieri sono andato a correre dopo essere stato fermo una settimana. Il maltempo prima e l’influenza poi, mi hanno obbligato a interrompere l’ottimo tran tran che avevo intrapreso e che mi aveva portato a una cadenza di tre appuntamenti a settimana con la corsa. Non è stata una prestazione memorabile, ma perfettamente in linea con quelle degli ultimi mesi, pesanti e freddi. Eppure, nonostante la febbre alta del weekend scorso, correvo e mi sentivo bene. Non sentivo dolori o grossa fatica. Il motivo è che ero molto concentrato. Ed ero concentrato su una domanda. Una domanda che mi ha martellato per tutti e 45 i minuti che mi sono concesso:

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Emersione

22 aprile. L’ultimo post che ho pubblicato su Viaggioleggero è datato 22 aprile. Oggi è il 17 luglio (e non è detto che io pubblichi questo post oggi, magari lo farò fra qualche giorno). Quindi sono passati quasi tre mesi. Ha senso un blog che pubblica post trimestrali? Poco, credo. Non che la frequenza sia stata sempre questa. Ma la tendenza è preoccupante. Tralasciando il mese di dicembre del 2011 (quando è nato questo blog e ho pubblicato entusiasticamente 11 post in 20 giorni), nel primo anno di attività di Viaggioleggero (2012, quindi) ho pubblicato 96 post, che significa una media di 1,8 post a settimana. Non male per un blog che non ha fini commerciali o istituzionali. Solo che nel 2013 ne ho pubblicati solo 31. E nel 2014, almeno a oggi, sono solo 8 (forse 9, se riesco a pubblicare questo entro la fine dell’anno…). Contemporaneamente è diminuita in maniera altrettanto drastica l’attività di Viaggioleggero su Facebook e Twitter. Insomma, una debacle in piena regola. L’intenzione di questo post, con il quale riemergo dopo tre mesi di apnea, è analizzare i motivi di questa drastica tendenza, e capire se l’esistenza di questo blog ha ancora un senso.

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Becoming Minimalist: newsletter n. 25

Nuova edizione della newsletter di Becoming Minimalist: si parla di vita semplice, di soldi e felicità, del confronto con gli altri, della necessità di eliminare le troppe distrazioni della nostra caotica vita. E di come sia meglio investire i nostri soldi in esperienze, anziché in oggetti.

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Le abitudini ci spengono

Ho scritto questo post in aereo, di ritorno da Londra. Un viaggio veloce, da martedì a sabato, per essere vicino a mia sorella e al suo compagno, in prossimità dell’arrivo del loro primo bambino. È stata una serie di prime volte: il primo figlio di mia sorella e, quindi, il mio primo nipote, e anche il mio primo viaggio all’estero per un motivo che non fosse di lavoro o di vacanza. La prima volta che ho vissuto, anche, per pochi giorni certo, una città straniera nella quotidianità di chi ci vive normalmente.

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Non in albergo, quindi, ma in una casa (quella di mia sorella, appunto). La mattina a passeggiare con il cane Otello, poi in metropolitana fino all’ospedale per dare loro una mano e sentire cosa avevano da dire infermiere e dottori. Poi la sera di nuovo a casa, a preparare una cena veloce, e infine un po’ di relax davanti alla tv. È stata un’esperienza diversa (e non solo per la nascita del bambino). Nonostante sia stato spesso a Londra (effettivamente è la città straniera dove sono stato più spesso), stavolta mi è sembrato davvero di viverci. E mi è piaciuto molto. Per capirci: niente musei o attrazioni di altro tipo, niente shopping, niente di tutto quello che si fa di solito quando si va in vacanza all’estero. Vita normale e basta ma in un altro luogo. Piuttosto, una grande attenzione alle piccole cose: le persone per strada guardate senza la consueta superficialità, la curiosità maniacale per qualsiasi cartello o insegna, la massima considerazione per ogni gesto, modo di fare o atteggiamento delle persone al lavoro (fossero operai per strada, camerieri al bar o infermieri in ospedale), profonda concentrazione su percorsi e punti di riferimento, forte interesse per il ‘comune svolgimento’ della vita degli altri. Praticamente, preso ‘di peso’ e immerso in un ambiente diverso, ho smesso improvvisamente di dare per scontate e poco stimolanti tante cose che nella vita di tutti i giorni, nel mio solito ambiente, nel mio solito itinerario, neanche mi sfiorano. È stato salutare. E mi ha fatto pensare al fatto che una vita come la nostra, così piena di abitudini, in realtà ci priva di moltissimi stimoli che la renderebbero assai più interessante e piena. Ora, è chiaro che non possiamo permetterci di vivere una settimana a Roma, una a Parigi, una a Londra e una a New York, ma non è questo il punto. Il punto è che se uscissimo più spesso dal nostro normale ‘itinerario’, banalmente ci sentiremmo più vivi. Saremmo probabilmente più curiosi, riflessivi e concentrati. Allora, forse, anche se non ne abbiamo la necessità, potrebbe essere interessante ogni tanto lasciare la macchina e andare a lavorare con i mezzi o in bici. Oppure consumare il panino di mezzogiorno sulla panchina dei giardini anziché al bar. O allungare il percorso per andare a trovare i nostri genitori passando di proposito per una strada o una piazza che di solito ignoriamo. O passare una serata al telefono con un amico anziché davanti alla tv. Abituiamoci a non essere abitudinari!

La mia breve esperienza londinese è stata ovviamente resa indimenticabile dall’arrivo del piccolo Francesco Thomas e dalla condivisione della gioia dei suoi genitori. Qualcosa che mi sono gustato davvero fino in fondo. Qualcosa di molto simile a quello che ho provato dieci anni fa quando è nato il mio, di figlio. Un’emozione che forse solo la nascita di un bambino ti sa dare. Il perpetuarsi di un miracolo enorme, in un corpicino minuscolo. Qualcosa che puoi solo intuire durante l’attesa, ma che poi esplode nel pianto liberatorio del piccolo, allargandosi poi a tutti quelli che sono nati quello stesso giorno in quell’ospedale e in tutti gli ospedali del mondo. Nuova vita. Nuova speranza. Un mondo nuovo. Benvenuti!

Nella foto: il cane Otello. Non sa leggere!

Perdere il lavoro 4: La paura

Il lavoro si può perdere in diversi modi. L’azienda può fallire, o magari trasferirsi in un’altra città, oppure si può essere semplicemente licenziati, e per i motivi più disparati. Si può essere colpevoli della perdita del proprio lavoro (in toto o in parte), oppure semplicemente ci si può trovare nella scomoda posizione di subire la perdita a causa di eventi esterni o dell’azione di altre persone. E dunque la reazione a questa perdita, almeno inizialmente, può essere diversa caso per caso: sorpresa, rassegnazione, rabbia, delusione, dispiacere, tristezza, depressione, in determinati casi addirittura… felicità.

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